Cooriere della Sera

domenica , 10 marzo 2002

Il romanzo di Iqbal, bambino che non voleva essere sfruttato

Pezzuoli Giovanna

«Il ragazzo non era molto alto, sottile, bruno. Pensai che era bello. Poi pensai che no, non era bello, ma aveva quegli occhi, gli occhi del mio Iqbal che ancora adesso ricordo. Erano dolci e profondi e non avevano paura...». Il sole brucia le lamier e del capannone, quando Iqbal Masih, un bambino pakistano di 12 anni, arriva nella fabbrica di tappeti, alla periferia di Lahore, in Pakistan. E Iqbal ha gli occhi di un ribelle. Se ne accorgono l' esile Fatima - che racconta in prima persona la bell a Storia di Iqbal -, l' irruento Salman, il piccolo Alì e tutti gli altri bimbi dalle dita minute, capaci di afferrare i fili colorati e stringere i nodi dei tappeti, muovendo senza sosta i pedali dei vecchi telai di legno. Divenuti schiavi per i deb iti dei genitori, i bambini lavorano, spesso incatenati, dall' alba al tramonto, mentre le dita si riempiono di vesciche nel tentativo di un impossibile riscatto. Iqbal, ceduto dal papà contadino in cambio del prestito di 16 dollari, è il solo a grid are la verità: il debito non si estinguerà mai, ed è inutile che il padrone finga di cancellare dalla lavagna, giorno dopo giorno, i segni che rappresentano tutte le rupie del debito. Iqbal lo sa e una, due, tre volte cerca di sfuggire dalle grinfie del perfido Hussain Kahn, che lo punisce ficcandolo nella «Tomba», pozzo nero dove non c' è nemmeno un soffio d' aria. Finché l' incontro con gli attivisti del Fronte per la liberazione dal lavoro minorile segna una svolta: Iqbal riesce a far arresta re Hussain Kahn e contribuisce a liberare centinaia di altri piccoli schiavi. La verità si mescola ad elementi di fantasia in questa limpida Storia di Iqbal di Francesco D' Adamo (edizioni EL), ma il finale è tragico, nella realtà come nel racconto, perché questo ragazzino - che in poco tempo divenne nel mondo simbolo della lotta per i diritti dei bambini - fu assassinato, a 13 anni, il giorno di Pasqua del 1995 a Muritke, un villaggio a trenta chilometri da Lahore. È stata «la mafia dei tappeti » dichiarò Eshan Khan, l' attivista che l' aveva accolto come un figlio. E che lotta ancora per liberare i sette milioni di bimbi pakistani costretti a lavorare nei campi, nelle fornaci di mattoni e nelle fabbriche di tappeti. Una storia che non pote va essere dimenticata. Il romanzo, ispirato alla vita di Iqbal, in meno di quattro mesi è diventato un caso: tra i pochissimi libri italiani di letteratura per ragazzi ad essere acquistato negli Stati Uniti, dalla casa editrice Simon & Schuster (ma a nche in Francia da Hachette e in Spagna dalle SM Editiones). E già la casa di produzione Gartie, specializzata in cartoon, ne ha acquisito i diritti cinematografici. Spiega Francesco D' Adamo, 50 anni, insegnante e scrittore milanese, alla sua terza prova di letteratura per ragazzi, dopo gli iperpremiati «Lupo Omega» (1999) e «Mille pezzi al giorno» (2000): «Quando Iqbal fu ucciso, uscirono tanti articoli, li lessi con commozione. Poi però archiviai la storia. Un anno e mezzo fa a Milano ho vist o una foto di Iqbal a un convegno sullo sfruttamento del lavoro dei bimbi. Come potevo averlo dimenticato? Così ho deciso di raccontare questa storia». Giovanna Pezzuoli Il libro: «Storia di Iqbal» di Francesco D' Adamo