Guido Petter

Ci chiamavano banditi

 

Era un piovoso pomeriggio di inverno e la nostra quinta elementare era immersa pigramente nella lettura. Si sentiva solamente, di tanto in tanto, il frusciare delle pagine voltate. Due bambine, sedute accanto, seguivano attente le pagine di "Ci chiamavano banditi". Si tenevano per la mano e tremavano. Una delle due silenziosamente piangeva. Affascinati da tanta emotività, abbiamo deciso di leggerlo tutti insieme, quel libro. A voce alta. Mai nulla nel nostro lavoro di studio sulla seconda guerra mondiale, ci aveva coinvolto con tanta decisione, con tanta energia: non il sussidiario , non le visite ai musei, non le gite nei luoghi delle stragi. Guido Petter, contro il nazifascismo, decide all'età di soli 17 anni, di diventare partigiano. Molti ragazzi hanno un pensiero uguale al suo, ma non hanno il coraggio di sottoporsi a una vita così dura. Si nascondono pensando così di fuggire alla deportazione o alla fucilazione. Lui invece no, Scappa di casa senza il permesso dei genitori e si trova davanti un mondo più grande di lui. Da sentirsi spaesato e indifeso, tanto da doversi vantare con un bambino del paese, al diventare adulto per Guido, ora Nemo 3, il passo è breve: le emozioni, le sensazioni e le perdite sono tante in montagna. Secondo noi, festeggiare la Resistenza tutti gli anni è un modo di ricordare che il nazifascismo non deve più ritornare. La testimonianza di Guido Petter, così delicata e sincera, è quindi molto importante, specialmente ora che la generazione dei partigiani sta scomparendo.