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  lettura e scuola

LETTURA E SCUOLA    

Dai, leggi con me!   

Breve guida per genitori e insegnanti che vogliono leggere con bambini e ragazzi .

 

Questione di feeling    di Maria Letizia Meacci

Il libro complice nel rapporto affettivo tra genitori e figli

 Tra bambini, libri e genitori esiste un rapporto fatto di complicità affettive che hanno un forte spessore emotivo.Tale rapporto deve coinvolgere sempre più genitori disattenti, indifferenti o disaffezionati alla lettura. Ma quando e come si deve creare il filo diretto che unisce i genitori ai bambini attraverso il libro affinché tale complicità prenda vita? Questo tipo di feeling deve nascere molto presto e crescere insieme alla crescita fisica e intellettuale del bambino. Il molto presto significa occuparsi di lettura con il figlio non quando inizia ad andare alla scuola materna, ma fin da subito: appena è in grado di capire è bene fargli vedere i cartonati più semplici, con figure di cose, di animali e di persone vicini alla sua esperienza; soprattutto è importante raccontargli fiabe e leggergli storie illustrate. Se il bambino capisce che dentro il libro ci sono cose e storie che lo interessano, lo appagano, lo gratificano, che leggere significa entrare in mondi sempre nuovi e affascinanti, si avvierà sicuro verso il piacere della lettura e ne apprenderà la tecnica con minor sforzo.
Leggere non è una capacità che nasce istintivamente, ma una conquista che avviene pian piano: iniziai in ambito familiare quando i genitori prendono in mano un libro e lo leggono al figlio, continua poi nella scuola, alla quale compete la responsabilità di una costruzione del piacere di leggere che dovrebbe avvenire attraverso forme coinvolgenti e positive.
Gianni Rodari suggeriva ai genitori di leggere loro stessi per primi, di amare la lettura e di scoprirne il fascino e la ricchezza, dando così l'esempio ai figli ed evitando qualsiasi forma di imposizione. Il linguaggio verbale è un veicolo importante di comunicazione, per cui leggere ad alta voce ai bambini significa immergerli in un bagno di lingua e nella conoscenza della sua struttura. I giovani genitori sembra si stiano rendendo conto del valore della lettura, ma siamo lontani dall'averne convinti la maggioranza che leggere ai figli è far loro un dono inestimabile. Anche dopo che il bambino ha imparato a farlo da sé il colloquio con i genitori tramite il libro dovrebbe continuare: la lettura insieme costituisce infatti una comunicazione vitale di grande impatto emotivo.E a scuola?Anche lì il libro può avere una vita brillante se l'insegnante legge per dare all'ascoltatore il piacere della scoperta. Tanto che perfino i programmi della scuola elementare raccomandano di farlo, ricordano che "la prima esperienza di lettura...è sentir leggere l'adulto".Procedendo in stretta collaborazione, famiglia e scuola - ma anche la biblioteca - possono così creare un clima favorevole al libro e far diventare la lettura un piacere durevole nel tempo.

 

 

Leggere senza ancora saper leggere      di Enzo Catarsi

L'uso del libro in età prescolare

La capacità di leggere è il punto di arrivo di un lungo processo di simbolizzazione  che dalla lettura del disegno perviene alla lettura vera e propria. La lettura si basa appunto sull'abitudine a trarre un senso dai segni, siano essi grafici (illustrazioni) o di scrittura, e a ricostruire così la storia che attraverso questi segni viene narrata.  L'uso precoce del libro può essere di notevole aiuto affinché il bambino si renda conto che legger ha senso, che è piacevole e che i contenuti dei libri hanno rispondenze nell'esperienze reale o sollecitano la fantasia. Importantissimo è inoltre lo stimolo percettivo che può essere promosso nei più piccoli, i quali compiono un'esperienza intellettuale straordinaria quando hanno modo di riconoscere nel disegno di un libro un oggetto che hanno già conosciuto nella loro realtà quotidiana.  Allo stesso modo far sì che il bambino comprenda che un insieme di immagini concatenate costituisce una storia è un risultato di rilievo anche per acquisire il gusto di leggere, di cui spesso si fantastica ma che non può essere considerato alla stregua di un "mito", quasi dovesse sorgere in virtù di un qualsiasi contatto con la carta stampata! Proprio per questo occorre che le educatrici - ma sempre più anche i genitori - siano consapevoli che nel proporre i libri ai piccolissimi si pongono due tipi di problemi: quello della comprensione del testo e quello relativo alla capacità di analizzare le immagini e trarre da esse contenuti e significati. In particolare, riguardo a quest'ultimo aspetto, è necessario che i libri proposti siano il più possibile chiari e non contengano elementi di ambiguità che potrebbero disorientare.  Un bambino è curioso di un libro assimilabile, che abbia un senso per lui e che sia sì sufficientemente nuovo da sollecitare la sua curiosità, ma anche sufficientemente vicino alle sue competenze, alla sua sensibilità, a ciò che lo incuriosisce e lo interessa.  E' evidente che in quest'ambito, specie nei contesti istituzionali, sarà fondamentale il ruolo della verifica, da intendersi come mezzo per conoscere meglio il bambino nella sua individualità e incoraggiarlo continuamente: un ulteriore strumento affinché l'uso del libro non si limiti a offrire un'occasione di gioco e l'opportunità per creare un'atmosfera emotivamente calda tra adulto e bambino, ma sia anche un momento importante per lo sviluppo creativo e cognitivo dei più piccoli.

 

 

Pedagogia? No, Seduzione culturale    Intervista di Marcella Trovato

Conversazione con Daniel Pennac:

D. Quando non aveva ancora pubblicato ed era unicamente professore c'erano colleghi o scrittori di cui condivideva le idee sulla pedagogia della lettura

R. La deluderò, ma non mi sono mai interessato in modo teorico alla pedagogia della lettura. Se me ne interesso è  per la mia pratica di professore: infatti mi sono messo a riflettere su temi pedagogici man mano che mi sono dovuto confrontare con le carenze degli alunni, con le loro difficoltà di lettura legate alla paura di essere interrogati, di non sapere, di non capire quel che c'è scritto. Il compito che si deve prefiggere un professore, se vuole sperare che il sapere passi dalla sua testa a quella degli allievi, consiste innanzitutto nel tranquillizzare e poi nel destare le curiosità intellettuale. La paura di un alunno è molto semplice da definire: ci si sente costantemente interrogati, e non su quel che si sa, ma su quanto ci è stato insegnato il giorno prima.  L'esperienza mi ha invece dimostrato che per insegnare qualcosa a un alunno occorre verificare non la sua ignoranza ma ciò che già conosce, qualunque campo riguardi. Così ci sono alcuni allievi che mi hanno insegnato a servirmi di un computer, altri da cui ho appreso in cortile le regole di gioco. In quella situazione ero io l'allievo e quando c'erano cose che non capivo dovevano ripetermele, scoprendo così che il rapporto pedagogico è fatto di reciprocità e che l'intelligenza in relazione a ciò che ignora funziona nello stesso modo sia in un adulto che in un bambino: bisogna ripetere, ci vuole pratica. Ugualmente, quando arrivano in classe leggendo romanzi che ritengo scadenti non affermo mai che stanno leggendo "sciocchezze", e quando mi dicono: "tenga prof., legga questo" prendo e leggo. 

D. Per cercar di capire...  

R. Sì, per capire quale percorso li ha attirati verso quel libro e farli poi passare, gradualmente, dalla lettura stereotipata, alla letteratura. Non si possono ottenere risultati con il disprezzo.

D. Come si può insegnare il piacere di leggere e rispettare al tempo stesso le esigenze dell'istituzione scolastica?

R. E' semplice. Da una parte abbiamo un programma, dall'altra un anno scolastico di nove mesi. Perché mai questo  programma dovrei trattarlo in nove mesi? Cosa succederebbe se per esempio decidessi di trattarlo in sette? Insomma: perché dovrei dedicare tutte le ore d'insegnamento la programma definito che mi giunge dal ministero? Io ho sempre riservato una parte del mio tempo in classe a risolvere i problemi reali degli alunni, e l'ho fatto con mezzi personali, leggendo ad alta voce, raccontando romanzi, portando i ragazzi nelle librerie...Mi è capitato, in una classe dove avevo sei ore di lezione alla settimana, di consacrarne due alla mia pedagogia (che poi non è una pedagogia ma un comportamento di seduzione culturale e di rassicurazione psicologica), occupandomi del programma nelle rimanenti quattro. 

D. I libri che hai indirizzato ai bambini non mirano piuttosto ad "educare" i genitori e, in generale, gli adulti?

R. Sulla letteratura infantile ho un principio: un buon libro per bambini è quello che il papà e la mamma possono rubare per leggerlo. E' proprio così. Se i libri che proponi a un bambino ti annoiano vuol dire che non sono buoni, ma se ti ci appassioni vuol dire che lo sono. La letteratura per bambini la destino quindi anche agli adulti. D'altra parte ci sono un mucchi di situazioni e di parole che non trasmetto ai bambini, cose che non dico davanti a loro, perché esiste una sensibilità infantile. La differenza tra infanzia e maturità è il numero di codici che permettono di interpretare un avvenimento e molti eventi i bambini non possono capirli proprio perché non possiedono tali strumenti.

D. Come si acquisiscono questi codici?

R. Una cosa accade una volta, due volte, tre volte, la si comprende poco a poco, poi la si ritrova nei libri, e così via. C'è dunque una esperienza al tempo stesso vissuta e culturale che porta dall'infanzia alla maturità, ma i bambini restano bambini. Mentre stiamo lavorando non vogliamo avere bambini di 5 o 10 anni tra i piedi e questo loro lo capiscono molto bene; è  lo stesso motivo per cui mentre stanno giocando non li disturbo, non chiedo loro di lavare i piatti o di apparecchiare. Anche in questo caso si tratta di reciprocità.

 

Tratto dall'opuscolo "Dai, leggi con me!" , realizzato dalla Biblioteca dei Ragazzi di Pontedera, in collaborazione con Idest di Campi Bisenzio. Pontedera, 1999.

pagina a cura di Lisa Casarosa

 
 

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